Un incontro casuale con la signora "solitudine"

di Elena Schirone

Era una giornata fredda e uggiosa. In giro c’era poca gente, molti erano partiti per le vacanze natalizie.
Tanto per uscire di casa ero andata a fare un giro in macchina con mio figlio. Entrammo in uno dei grandi magazzini della Rinascente a Milano nei pressi di Viale Certosa e, dopo aver dato un’occhiata agli articoli esposti, ci concedemmo una piccola sosta nell’angolo bar.
Notai subito una persona anziana seduta di fianco a noi: era l’immagine della solitudine e della desolazione!
Aveva un’aria un po’ smarrita, il suo aspetto era alquanto dimesso, ma dignitoso. Indossava una gonna ed una giacca di lana scura, ai piedi aveva un paio di ciabatte e le calze di lana nere. Intorno al viso magro e rugoso, i capelli grigi erano un po’ scomposti: era evidente che non c’era la mano del parrucchiere.
Era seduta compostamente con le mani appoggiate in grembo, nel palmo teneva pochi centesimi e li contava con aria dubbiosa. Forse si stava chiedendo se le potevano bastare per una consumazione.
Di tanto in tanto mi guardava come per invogliarmi a dialogare con lei e, quando dopo uno scambio di sguardi capì che ero una persona disponibile, si rivolse verso di me sospirando: “… E’ la vita, questa è la vita!…”
Pensavo che volesse alludere alla sua età avanzata e le risposi: “Vede? Neanche io sono più giovane. Quanti anni mi da’?”
E lei: “Siete più giovane di me, io ho quasi 80 anni, sono nata nel 1912, in agosto”.
Le dissi che anche se non dimostrava più di 80 anni ne aveva bensì 91. E lei: “Ma è vero?… Fateli voi i conti, io non sono più capace!”
Poi continuò: “Una volta non ero così! Quando ero giovane ero un po’ “scapricciatela”. Vivevo a Genova, anche se, essendo mio padre un finanziere che di tanto in tanto veniva trasferito, io sono nata a Ruvo di Puglia.

Avevo 17 anni, quando un giorno incontrai due bei giovani anche loro della Finanza. Mi rivolsi ad uno dei due e gli chiesi: “Che ore sono?” Era “nu bellu” giovane gentile, siciliano, con gli occhi neri ardenti come il carbone e i capelli neri ricci. Dal quel momento ci conoscemmo, ci frequentammo e poi ci sposammo.
Abbiamo avuto due figli, un maschio ed una femmina”.
A questo punto, cominciò a piangere silenziosamente soffocando i singhiozzi. Mi raccontò che la figlia, tanto cara e buona, che portava gioia e bontà dove passava, era morta all’età di 48 anni per il mal di cuore.
“E la vita… così è la vita!” Continuava a sospirare tra i singhiozzi.
Io non sapevo come consolarla, ma mi ero così immedesimata nel suo dolore che involontariamente mi sentii venir giù le lacrime.
Lei, accortasi, mi disse dispiaciuta: “No, no, voi non dovete piangere!”
Mio figlio, lì presente, ci osservava silenziosamente e guardava la vecchietta con dolcezza. In quel momento il ragazzo del bar arrivò con un piattino di patatine fritte, che evidentemente le offriva, forse la vedeva di frequente seduta in quell’angolino!
La vecchietta insistette perché io le assaggiassi: “Mangiatele pure voi, io non le ho toccate, non ci ho fatto niente” aggiunse temendo che io potessi schifarmi.
E mentre cercava di mandar giù le patatine, continuava a singhiozzare Non sapendo come distrarla le dissi:
“Lo sa che anche io sono pugliese?”
E lei: “Ah! Si?… E di dove siete?”
Ed io: “Sono di Bari”.
“Allora voi siete ricca?” (questa è l’idea che hanno alcune persone nate in provincia: pensano che quelli che vivono in città siano ricchi).
Io le risposi sorridendo: “No, non sono ricca!”

Specchio

Alle pareti di casa mia
esiste un grande specchio
più vero dell'amico lusinghiero:
non sa mentire,
non c'è che dire,
quante rughe ahimè!
Mostrava tanta gioia
nel tumulto della vita!
Ora la vecchiaia è arrivata.

Penso che questo specchio
non sia perfetto,
no, non lo posso accettare,
l'anima mia si infuria.
Ma lo specchio conferma
Io mi rifiuto…
Devo purtroppo invecchiare.

Adelaide B.

Poi, continuando a discorrere, le chiesi se viveva da sola, e lei mi rispose che abitava da sola in un caseggiato di otto piani, lei era al settimo, ma c’era l’ascensore.
Le domandai se non aveva dei parenti, mi rispose che il figlio ed i nipoti non avevano tempo per badare a lei.
“E i vicini di casa?”
“E chi li vede, quelli? Non c’è nessuno che viene mai neanche a chiedermi se ho bisogno di qualche cosa”.
Erano domande inutili le mie, mi ero già fatta l’idea della situazione di abbandono in cui viveva la povera donna, non appena l’avevo vista. Avevo già immaginato che era sola e che abitava nei pressi del magazzino, altrimenti avrebbe indossato qualche indumento più pesante per uscire di casa.

E poi

E poi verrà la sera della vita
“la vecchiaia”,
carica del suo fardello,
colmo soltanto di ricordi.

Quei ricordi
che forse, in parte,
un po’ l’addolciranno.

Vasco

Era lì in mezzo alla gente per cercare di dimenticare i suoi dispiaceri e avere l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno Non sapevo più cosa dirle e dovevo anche tornare a casa.
Per fortuna, in quel momento, arrivò un bambino col suo papà e lei fu distratta dal piccolino, che pur non essendo suo nipote, la chiamò “nonna”.
Quando la vidi rasserenarsi in volto, la salutai. Avevo ancora un nodo alla gola, o, come dicono a Milano, il magone.
Non le chiesi neanche il suo nome, ma sono sicura che, se dovessi avere l’occasione di passare di lì, la troverei ancora nell’angolino di quel bar.
Ritornando a casa tra me e me pensavo: dove andrà quando i negozi sono chiusi nei giorni festivi?…

indietro