BICICLETTA, CHE PASSIONE!

di Luisa Maria Sangiorgi

"Ma dove vai bellezza in bicicletta, così di fretta pedalando con ardor…" diceva il ritornello di una vecchia canzone dei miei tempi. Mi pare che fosse anche la sigla di una trasmissione sportiva mandata in onda dalla RAI durante il giro ciclistico d'Italia. Allora era quello l’unico mezzo di comunicazione e questi avvenimenti erano seguiti da tutti con grande interesse.
I campioni del momento erano Coppi e Bartali: il Fausto e il Gino nazionali. Io tifavo per Bartali, leggevo tutte le interviste e gli articoli che parlavano di lui. Lo vedevo con la fantasia curvo a pedalare sulla sua bicicletta, coi muscoli possenti tesi nello sforzo e, a ogni traguardo raggiunto, ad ogni vittoria conquistata, il mio entusiasmo saliva alle stelle e l'ammirazione cresceva a dismisura.
Ma non è stata soltanto la competizione sportiva ad appassionarmi: io ho sempre amato la bicicletta. Oltre ad essere un mezzo indispensabile che mi permetteva di muovermi su distanze relativamente lunghe, mi serviva come evasione dopo le ore della scuola o dopo i mesi invernali che ci costringevano in casa. La bicicletta è legata per me a una idea di libertà. Ancora oggi nonostante gli anni, appena posso mi concedo lunghe pedalate nel verde della campagna e lo farei volentieri anche in città se i miei famigliari non mi scoraggiassero, ricordandomi continuamente che il traffico caotico può diventare molto pericoloso per una vecchia ciclista.

Petit Breton vince nel 1908 il Tour de France

Ho imparato ad andare in bicicletta che avevo circa sei anni. Nostri vicini di casa erano una coppia di ricchi commercianti, genitori di un bambino poco maggiore di me: era il mio grande amico. Lo ritenevo molto fortunato perché possedeva un’infinità di giocattoli e una stanza dove spesso tutti i bambini del vicinato andavano a giocare. Per noi era il regno della felicità!
Fu lui a trasmettermi la passione per la bici. Nelle belle giornate portava in cortile la sua biciclettina rossa (era l'unico ad averne una) e mi incoraggiava a condurla. Dopo i primi incerti tentativi e parecchi capitomboli, con conseguenti sbucciature di ginocchia, ho trovato l'equilibrio per mantenermi in sella. Preso in breve tempo confidenza col mezzo appena dominato, mi destreggiavo in esercizi spericolati come quello di lasciare il manubrio e provare l'ebbrezza della velocità, pedalando con le mani in tasca. La mamma, venuta a conoscenza di queste prodezze, mi proibì di frequentare, per un certo periodo, il mio amichetto e quindi di usare la sua bicicletta.
Sognavo di possederne una, ma ho dovuto aspettare qualche anno prima che questo desiderio si concretizzasse. Erano momenti duri anche dal punto di vista economico, infuriava la guerra e una bicicletta era un lusso che i bambini di allora difficilmente potevano permettersi. Finalmente terminate le scuole medie e superati gli esami, ho avuto il regalo che attendevo da anni.
A casa dei nonni, una cascina dove trascorrevo le vacanze estive, ho trovato una bicicletta nuova fiammante appoggiata ad un albero in cortile.
Era bellissima ed invitante, come l'avevo sempre immaginata: il manubrio lucido e sagomato, all'ultima moda, portava il marchio della casa costruttrice e sulla vernice verde del telaio spiccava il nome del mio campione "Gino Bartali”. Era il massimo: avevo la bicicletta personalizzata! Ogni giorno, mi alzavo all'alba al canto dei galli che i nonni tenevano nel pollaio. La stagione buona e l'aria frizzante del mattino erano un invito ad uscire in campagna. Sulle stradine polverose e solitarie a contatto di una natura meravigliosa, pedalavo spensierata e felice, godendo pienamente del mio regalo.
Non ho mai abbandonato l'abitudine di usare la bicicletta. E' l'unico sport che pratico, so che è molto salutare: riattiva la circolazione, rinforza i muscoli e giova al cuore. Per me è qualcosa di più, fa bene allo spirito: una bella corsa in bici allontana i pensieri negativi, distende i nervi, culla la mente nei ricordi più belli.

indietro