“La mennulara”, un romanzo a più voci

di Caterina Rizzo

Ho finito da poco la lettura di un romanzo che mi ha riportato ai tempi lontani della mia vita in Sicilia. Il titolo stesso, “La Mennulara”, la raccoglitrice di mennuli, cioè mandorle, mi ha incuriosito e spinto alla lettura.
L’autrice è Simonetta Agnello Hornby, siciliana di nascita, ma residente a Londra da trent’anni dove esercita la professione di avvocato. La prima nota originale del romanzo, edito da Feltrinelli, è la dedica alla British Airways, altra caratteristica è la sottile ironia che pervade la descrizione di fatti e personaggi. Quest’opera prima ha vinto l’edizione 2003 del Premio Stresa di narrativa.
Ecco in sintesi, la storia. Nel settembre 1963 la notizia della morte della Mennulara crea subbuglio tra gli abitanti di Roccacolomba, un piccolo centro nel cuore della Sicilia.
Sotto questo soprannome che sa di antico si cela Maria Rosalia Inzerillo, la cinquantacinquenne “criata”, cioè domestica, degli Alfallipe, una delle famiglie più in vista del paese.

La Mennulara è stata un personaggio controverso da viva per la sua posizione singolare di servapadrona presso gli Alfallipe, dove, dopo la morte della matriarca donna Lilla, ha preso le redini dell’amministrazione del patrimonio familiare del figlio Orazio e, quando questi è morto, ha portato in casa propria la vedova Adriana, continuando a servirla ed evitandole la solitudine nel palazzo di famiglia.
La morte della Mennulara infittisce l’aura di mistero che ha avvolto la sua vita e diventa un succoso argomento di conversazione per gli abitanti di Roccacolomba, stupiti dagli onori resi alla defunta dai figli di Orazio, dall’assenza dei suoi nipoti al funerale e dalla presenza fuggevole del capo mafia locale, ma soprattutto curiosi di scoprire chi erediterà il suo patrimonio che si favoleggia ingente.
La vicenda si svolge nei trenta giorni successivi alla morte della Mennulara, su due piani temporali che si intersecano continuamente, quello dell’attualità, con le vicende tragicomiche dei figli di Orazio che devono seguire le istruzioni della defunta per entrare in possesso dell’eredità, e quello della memoria, con le chiacchiere dei compaesani, che, prendendo spunto dal presente, rievocano, attraverso la loro conoscenza diretta o indiretta della Mennulara, episodi della sua vita.
Queste rievocazioni forniscono al lettore preziosi tasselli per riempire un po’ alla volta il mosaico della vita e della personalità della Mennulara, che, come sostiene l’autrice “ha stabilito un esempio rivoluzionario per la gente come lei. I poveri capiscono di essere degni di rispetto: se i padroni mettono un annuncio per la morte di una donna della servitù, vuole dire che anche loro valgono qualcosa”.
Le conversazioni spesso malevole del coro di personaggi che popolano il romanzo presentano i tratti tipici di una certa sicilianità ancora viva, quella che del “dico ma non dico”, “so ma preferisco alludere” e sono raccontate con l’uso del linguaggio di quarant’anni fa, quando anch’io ho lasciato la Sicilia. Ho potuto riscoprire vocaboli e modi di dire finiti nel dimenticatoio, come mennulara, criata o fimmina di panza per indicare una donna coraggiosa, o strafalaria, che significa sciatta.
La varia umanità rappresentata dai personaggi del romanzo è tipica della provincia siciliana di tanti anni fa: il medico e il sacerdote che conoscono la vita e i segreti di tutti, il notabile presidente dell’Unione degli Agricoltori, che ricorda vagamente don Fabrizio Salina del Gattopardo, il capo mafia locale e, per concludere, il giovane impiegato postale comunista.
Una lettura attenta del romanzo permette di cogliere i mutamenti sociali e politici dell’epoca, che volontariamente l’autrice non enfatizzata ma neanche trascura.
Buona lettura… di più non si può dire!

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