Nel mese di novembre nella nostra redazione, abbiamo avuto due momenti
di dibattito molto vivaci e sentiti. Si pensava di scrivere degli articoli
su due episodi molto tristi verificatisi a poca distanza di tempo l’uno
dall’altro: l’arrivo a Lampedusa di una barca di extra-comunitari
quasi tutti morti dopo essere stati per giorni in balia del mare senza
più viveri ed acqua e il terribile attentato terroristico contro
la nostra missione a Nassirya.
Soprattutto il secondo tragico evento ha suscitato forti emozioni: tutti
noi ne siamo rimasti scossi in quanto si trattava di persone del nostro
paese, che avrebbero potuto essere membri della nostra famiglia o nostri
amici. Spesso quando si verifica un fatto di sangue in altre nazioni,
anche se non rimaniamo indifferenti, lo viviamo lontano da noi e forse,
per tranquillizzarci, ci diciamo che in fondo non ci riguarda in quanto
rappresenta geograficamente ed emotivamente un altrove.
Stavolta non è stato così.
La morte dei nostri concittadini ha richiamato in noi l’idea di
patria, ci ha fatto capire che, pur con tutte le nostre diversità,
siamo un popolo con tanti valori e tradizioni che ci legano. Nel corso
della nostra discussione sono emersi differenti pareri e sensibilità,
tutti espressi con molto calore e vivacità. Oltre il dispiacere,
qualcuno osservava, noi stiamo vivendo un momento di grande trasformazione.
Ci sentiamo coinvolti in avvenimenti più vasti e complessi di
quanto riusciamo ad immaginare.
Per quanto mi riguarda vedo la morte di questi ragazzi a Nassirya e
quella degli extracomunitari in mare, come due aspetti di un unico problema
che assilla tutti: la mancanza di pace e giustizia nel mondo. Sono due
episodi che esprimono un grande malessere sociale rispetto al quale
spesso ci sentiamo impotenti, scoraggiati. Nei momenti più neri
abbiamo l’impressione che gli istinti di morte, i peggiori, abbiano
la meglio.
Se guardo la storia, forse con una certa superficialità, osservo
che anche nel passato, in tutte le epoche, l’umanità ha
attraversato dei momenti decisamente difficili, in cui sembrava di non
avere davanti prospettive. Tuttavia ho l’impressione che in tutti
i tempi ci siano state persone che hanno lavorato per un domani migliore,
con disinteresse, magari commettendo tanti errori.
Anche oggi ci sorge spontanea questa domanda: Sarà possibile
“riprendere fiato”? Recuperare quella speranza che ci aiuta
a lavorare con fiducia, costruttivamente?
Non so che cosa rispondere. Non ci sono ricette preconfezionate.
Mi domando però una cosa: non sarà il caso di provare,
di inventare delle occasioni di amicizia e di solidarietà? Non
sarà il momento buono per ripensare alle nostre tradizioni, ai
nostri valori e cercare come viverli oggi in forma nuova, di chiederci
se sono ancora attuali?
Senza scivolare in un discorso religioso non potremmo nella nostra “lettera
a Gesù Bambino”, chiedere una speranza realistica e costruttiva,
qualche spunto che ci aiuti a capire quale può essere il nostro
piccolo ma fondamentale ruolo in questo difficile momento?
Sarebbe un bella domanda, non trovate?