L'ABBRACCIO
DEGLI ITALIANI di Vincenzo Mastrosimone |

Mentre
nella Basilica di S. Paolo fuori le mura si svolgevano i funerali di stato
per i nostri soldati vittime di un atroce atto terroristico, io, come
tantissimi Italiani, seguivo dal teleschermo la cerimonia con profonda
commozione.
Osservavo la partecipazione sincera delle massime autorità militari
e civili e delle migliaia di persone presenti, condividevo il dolore dei
familiari affranti per la perdita dei loro cari, ma soprattutto mi sentivo
accanto al ragazzo tredicenne che stava seduto nella sua carrozzella,
vestito orgogliosamente della divisa di suo padre Filippo, maresciallo
dei carabinieri, partito per quella missione pericolosa per guadagnare
quanto necessario ad adattare la propria casa alle esigenze del figlio.
Purtroppo tale proposito,che già in precedenza lo aveva spinto
ad accettare altre missioni all’estero, gli è costato la
vita e quel genitore generoso, disposto a qualunque sacrificio, è
tornato in una bara come le altre diciotto vittime.
Nel mio caso c’era
anche una ragione in più per sentirmi particolarmente partecipe
delle vicende di quel padre e di quel figlio: siamo nati nello stesso
paese. Intorno alla sua famiglia si sono stretti praticamente tutti
i nostri concittadini di S. Arcangelo in Basilicata, e tutti quanti
ci sentiamo onorati di considerare Filippo un nostro eroe. Mentre seguivo
la cerimonia dicevo dentro di me: “Così ti ricorderemo
sempre, caro Filippo, e la via che spero verrà titolata a tuo
nome sarà sempre lì a rammentarci il tuo coraggio e la
tua generosità.”
La sua storia, quella delle altre vittime e le emozioni che hanno suscitato
in me mi hanno fatto riflettere su come spesso solo o soprattutto nel
dolore noi riusciamo a dimenticare ciò che ci divide ed a ritrovare
un senso di unità nella nostra famiglia, nella nostra città,
nella nostra nazione.
In seguito a questo funesto evento, abbiamo assistito alle giuste ed
eccezionali celebrazioni di stato, durante le quali forse tutti quanti
abbiamo riscoperto i valori nazionali e patriottici quasi dimenticati,
nell’osservare la bandiera tricolore che sventolava alle finestre,
l'Altare della patria coperto interamente di fiori, il Sacrario delle
bandiere nel Vittoriano allestito per ospitare le diciannove vittime.
A loro hanno reso omaggio centinaia di migliaia di Italiani, che sfilavano
con commozione palpabile davanti a quelle bare, dopo ore di silenziosa
ed ordinata attesa, nella lunga coda che partiva da piazza Venezia;
i corazzieri che li hanno accompagnato fino alla Basilica di S. Paolo;
i Romani assiepati lungo il percorso, i cui applausi si mescolavano
al rumore degli zoccoli dei cavalli.
L'unico aspetto negativo, in tutte queste manifestazioni pubbliche di
solidarietà è stata l'impossibilità per i familiari
di vivere la loro tragedia in intimità, essendo costretti a trovarsi
continuamente di fronte telecamere e giornalisti assillanti. In questi
casi sembra che venga a mancare il rispetto per il dolore.
Questo lutto nazionale ha anche riportato alla memoria il ricordo dei
funerali di un anno fa, quando il catastrofico terremoto di S. Giuliano,
fece tante piccole vittime. Sembra quasi che le tragedie tendano a ripetersi
a scadenze e tempi fissi e che questo mese di novembre, mese dei morti,
voglia ricordarci la nostra umana fragilità.
Gli attentati ripetuti in questi ultimi tempi in Turchia, dove i morti
e feriti sono stati tanti e di ogni età, l’inarrestabile
catena di vittime in Iraq, la scoperta anche nel nostro paese di gruppi
legati ad Al Quaida ci pongono domande inquietanti su questa allarmante
e crescente ondata di terrorismo.
Ci auguriamo che le feste natalizie in arrivo, riportino equilibrio,
tranquillità ed il ravvedimento in coloro che nutrono odio e
progetti distruttivi contro l'umanità.