Da tempo desideravo visitare
Parigi e finalmente l’estate scorsa il mio sogno si è realizzato.
La mattina del tre agosto, con mia figlia e due amici, sono salita sull’aereo
che ci avrebbe portato nella capitale francese.
Era la prima volta che viaggiavo con quel mezzo e mi aspettavo chissà
quale emozione, mi ero anche premunita di gomma da masticare contro
il mal d’aria, invece è andato tutto bene, come se prendessi
l’aereo tutti i giorni. Così sono state vane le preoccupazioni
di mia figlia, che mi chiedeva ad ogni piè sospinto come mi sentissi.
Siamo stati sette giorni in quella meravigliosa città cosmopolita,
ricca di storia e di arte.
Nonostante il caldo torrido abbiamo fatto i bravi turisti, visitando
i luoghi classici di Parigi, tra cui il museo del Louvre, la reggia
di Versailles, la cattedrale di Notre Dame, la torre Eiffel, Montmartre,
concludendo con la tradizionale gita serale in battello lungo la Senna.
Ci siamo spostati a piedi e in metropolitana, così abbiamo avuto
la possibilità di osservare i parigini, o almeno coloro che gravitano
intorno alla capitale francese e abbiamo subito constatato il carattere
multirazziale della città, in cui almeno il 15% degli abitanti
non ha origini francesi.
Indubbiamente il mosaico etnico che compone Parigi è influenzato
dal passato coloniale della Francia, che ha attirato soprattutto un
gran numero di algerini, marocchini e tunisini.
Abituati come siamo agli spettacoli penosi delle nostre città,
piene di elemosinanti agli angoli delle strade, sia centrali che periferiche,
e agli ambulanti abusivi, siamo rimasti piacevolmente stupiti dall’assenza
di tutto ciò per le vie di Parigi.
Abbiamo avuto l’impressione
che ci sia una notevole integrazione degli immigrati nella vita della
città: per esempio all’aeroporto Charles De Gaulle diversi
agenti della sicurezza e addetti al check-in erano di origine africana,
come pure al museo del Louvre, dove la Gioconda di Leonardo è
costantemente presidiata e protetta da incaricati che regolano il flusso
dei visitatori e molti di loro sono di origine extracomunitaria.
Molti ristoranti e negozi sono gestiti da asiatici e in particolare
da cinesi e indiani che spesso vi hanno ricreato le atmosfere tipiche
dei loro paesi d’origine, dandoci così l’impressione
di essere in una specie di bazar orientale.
Tuttavia la situazione è più complessa di quello che può
sembrare a prima vista: infatti, anche se già dagli anni ‘20
del secolo scorso è stata favorita la costruzione di moschee,
gli impieghi pubblici sono aperti agli immigrati, è sostenuto
il loro inserimento nelle strutture scolastiche e sono finanziate istituzioni
culturali arabe prestigiose, non è stata comunque evitata la
ghettizzazione urbana, con la creazione di quartieri dormitorio più
o meno periferici, non esenti da degrado.
Altre volte la barriera tra i vari gruppi è netta. Ad esempio
la più antica comunità cinese di Parigi vive nella zona
vicino alla fermata del metro “Arts et Métiers”,
tutti i suoi componenti vengono da una stessa città della Cina,
parlano il dialetto della regione di provenienza, incomprensibile per
chiunque e i ristoranti del quartiere non sono frequentati dagli europei.
Si tratta, insomma, di una comunità che vive chiusa in se stessa.
Non ho scelto l’estate più propizia per visitare Parigi,
il caldo soffocante non ci ha dato tregua e considerando la moria di
anziani iniziata proprio nei giorni del mio soggiorno nella capitale
francese, sono stata fortunata...
E’ però valsa ampiamente la pena di avere gli abiti continuamente
zuppi di sudore: sono stata abbondantemente ricompensata dalle cose
che ho visto e, ciliegina sulla torta, dalla vista delle candide nubi
di morbida bambagia e delle Alpi sotto di me, perché durante
il viaggio di ritorno il mio posto era vicino al finestrino.