PARIGI, UN MOSAICO DI POPOLI
di Caterina Rizzo

Da tempo desideravo visitare Parigi e finalmente l’estate scorsa il mio sogno si è realizzato.
La mattina del tre agosto, con mia figlia e due amici, sono salita sull’aereo che ci avrebbe portato nella capitale francese.
Era la prima volta che viaggiavo con quel mezzo e mi aspettavo chissà quale emozione, mi ero anche premunita di gomma da masticare contro il mal d’aria, invece è andato tutto bene, come se prendessi l’aereo tutti i giorni. Così sono state vane le preoccupazioni di mia figlia, che mi chiedeva ad ogni piè sospinto come mi sentissi.

Siamo stati sette giorni in quella meravigliosa città cosmopolita, ricca di storia e di arte.
Nonostante il caldo torrido abbiamo fatto i bravi turisti, visitando i luoghi classici di Parigi, tra cui il museo del Louvre, la reggia di Versailles, la cattedrale di Notre Dame, la torre Eiffel, Montmartre, concludendo con la tradizionale gita serale in battello lungo la Senna.

Ci siamo spostati a piedi e in metropolitana, così abbiamo avuto la possibilità di osservare i parigini, o almeno coloro che gravitano intorno alla capitale francese e abbiamo subito constatato il carattere multirazziale della città, in cui almeno il 15% degli abitanti non ha origini francesi.

Indubbiamente il mosaico etnico che compone Parigi è influenzato dal passato coloniale della Francia, che ha attirato soprattutto un gran numero di algerini, marocchini e tunisini.
Abituati come siamo agli spettacoli penosi delle nostre città, piene di elemosinanti agli angoli delle strade, sia centrali che periferiche, e agli ambulanti abusivi, siamo rimasti piacevolmente stupiti dall’assenza di tutto ciò per le vie di Parigi.

Abbiamo avuto l’impressione che ci sia una notevole integrazione degli immigrati nella vita della città: per esempio all’aeroporto Charles De Gaulle diversi agenti della sicurezza e addetti al check-in erano di origine africana, come pure al museo del Louvre, dove la Gioconda di Leonardo è costantemente presidiata e protetta da incaricati che regolano il flusso dei visitatori e molti di loro sono di origine extracomunitaria.

Molti ristoranti e negozi sono gestiti da asiatici e in particolare da cinesi e indiani che spesso vi hanno ricreato le atmosfere tipiche dei loro paesi d’origine, dandoci così l’impressione di essere in una specie di bazar orientale.

Tuttavia la situazione è più complessa di quello che può sembrare a prima vista: infatti, anche se già dagli anni ‘20 del secolo scorso è stata favorita la costruzione di moschee, gli impieghi pubblici sono aperti agli immigrati, è sostenuto il loro inserimento nelle strutture scolastiche e sono finanziate istituzioni culturali arabe prestigiose, non è stata comunque evitata la ghettizzazione urbana, con la creazione di quartieri dormitorio più o meno periferici, non esenti da degrado.

Altre volte la barriera tra i vari gruppi è netta. Ad esempio la più antica comunità cinese di Parigi vive nella zona vicino alla fermata del metro “Arts et Métiers”, tutti i suoi componenti vengono da una stessa città della Cina, parlano il dialetto della regione di provenienza, incomprensibile per chiunque e i ristoranti del quartiere non sono frequentati dagli europei. Si tratta, insomma, di una comunità che vive chiusa in se stessa.

Non ho scelto l’estate più propizia per visitare Parigi, il caldo soffocante non ci ha dato tregua e considerando la moria di anziani iniziata proprio nei giorni del mio soggiorno nella capitale francese, sono stata fortunata...

E’ però valsa ampiamente la pena di avere gli abiti continuamente zuppi di sudore: sono stata abbondantemente ricompensata dalle cose che ho visto e, ciliegina sulla torta, dalla vista delle candide nubi di morbida bambagia e delle Alpi sotto di me, perché durante il viaggio di ritorno il mio posto era vicino al finestrino.