Desidero
raccontare un piccolo episodio per mostrare come talvolta i pregiudizi
possono impedirci di fare nuove esperienze.
Raccontavo a un’amica di essermi iscritto ad un corso di
tedesco all’Ute e, nel vedere la sua faccia meravigliata,
le ho chiesto il perché di tanto stupore. “Non
pensavo che ti interessasse una lingua così dura e difficile”,
mi ha risposto. Le ho subito spiegato che è una lingua
ben viva, parlata da milioni di persone non solo in Germania,
ma anche in Austria, in alcuni cantoni svizzeri e pure in Italia,
in Alto Adige. Non va infine dimenticato che in qualche regione
della Russia da alcuni secoli vivono gruppi di Tedeschi che parlano
un idioma arcaico ma ancora comprensibile.
Che sia una lingua dura è un fatto piuttosto soggettivo,
a parer mio dipende da chi lo parla. Provate a sentire una mamma
che coccola il suo bambino: il suo tedesco è molto dolce.
Che sia difficile, dipende dal fatto che, come tutte le lingue
straniere molto differenti dalla nostra, va studiato: ha una struttura
molto precisa che però, una volta imparata, non dà
grandi problemi. La mia difficoltà sta nel genere dei nomi,
che si risolve imparandoli con l’articolo. Le parole composte,
che tanto spaventano alcuni, hanno il vantaggio di poter essere
separabili in piccoli nuclei che, messi insieme come in un incastro,
permettono di dire con un solo vocabolo un’intera frase.
Io mi sono trovato in un gruppo fortunatamente piccolo e vivace
e l’insegnante, Simona Molteni, ha il grande dono di saper
coinvolgere tutti: ciascuno di noi è invogliato a partecipare
ed a non limitarsi alle pagine assegnate. Ha saputo accostarci
al testo letterario con letture di graduale difficoltà,
dalle fiabe dei fratelli Grimm al Faust, incoraggiandoci sempre
e spingendoci a non mollare davanti ai problemi di comprensione
e interpretazione.
Io, nonostante i pregiudizi di tanti sul tedesco, mi sono trovato
proprio bene. |