Intervista alla docente di latino, Maria Antonietta Cangemi

Ritorno alle origini della nostra lingua

 
a cura di Caterina Rizzo  

Forse tra tutti gli insegnamenti linguistici che vengono proposti all’Ute, quello del latino può sembrare il più problematico. Già imbarcarsi nell’apprendimento di un idioma durante la terza età non è impresa da poco, ma decidere di mettersi ad imparare il latino, che presenta notevoli difficoltà sul piano strutturale e nessun immediato vantaggio sul piano pratico, richiede non poco coraggio. E’ proprio il caso di dire che si tratta di un impegno totalmernte disinteressato, che trova la sua giustificazione nel sapere in quanto tale.
Di questa esperienza, nuova per la nostra Ute, abbiamo parlato con la docente del corso Maria Antonietta Cangemi.

D - Come trova la nostra adesione entusiastica al corso di latino?
R - Anche se non tutte le persone che si erano iscritte al corso hanno poi trovato il coraggio di continuare, sono numerose quelle che frequentano con costanza e determinazione le lezioni di lingua latina.
L’interesse che esse dimostrano per questa materia è attestato dalla partecipazione attiva alle lezioni e dall’impegno di rielaborazione personale ed è, naturalmente, per me motivo di gioia sia sul piano professionale sia su quello relazionale, in quanto mi pare di cogliere, nel rapporto che si è instaurato fra noi, le basi di una cordiale amicizia.

D - Che senso ha in generale e in particolare oggi lo studio del latino?
R - In generale, gli studi classici, da sempre appannaggio di pochi specialisti, consentono di salvaguardare le opere letterarie dell’antichità greca e latina che, come i monumenti architettonici o le realizzazioni pittoriche, appartengono al patrimonio culturale dell’umanità e devono perciò essere trasmesse alle generazioni future. In particolare, lo studio del greco e del latino, oggi, in un contesto storico caratterizzato da tendenze alla omologazione di modelli linguistici e comportamentali, consente, o quanto meno invita al recupero e alla valorizzazione della specificità linguistica e letteraria, oltre che storica della nostra cultura.

D - In che modo il latino aiuta nella conoscenza della nostra lingua?
R - L’aiuto offerto dal latino è, a mio avviso, duplice. Innanzitutto, lo studio della lingua latina suscita curiosità, invita al confronto, evidenzia percorsi lessicali e sintattici che inducono alla riflessione sulla nostra lingua.
In secondo luogo, poiché per una traduzione corretta non è sufficiente l’individuazione delle strutture sintattiche, ma occorrono anche delle scelte lessicali adeguate, la riflessione sul testo e la sua interpretazione favoriscono certamente il superamento di quel pressappochismo che minaccia il linguaggio moderno.

Un insegnante romano con i suoi allievi: uno sta svolgendo un rotolo di papiro, un altro porta la cartella contenente abitualmente lo stilo e le tavolette.

D - Per alcuni di noi questo è il primo approccio con la lingua da cui ha origine il nostro italiano. Cosa suggerisce per superare le varie e non poche difficoltà che incontreremo?
R - I suggerimenti che mi sento di offrire, oltre a quelli ovvi, della frequenza e della rielaborazione personale, sono i seguenti: primo, nessuno si senta meno preparato degli altri, tanto da rinunciare; secondo, viviamo l’esperienza di questi anni dell’Ute come una bella opportunità, un piacere privo di rischi e di tensioni, che la nostra età (per fortuna) o (purtroppo) ci consente.

D - Ai tempi della contestazione giovanile c’era chi gridava: "Il greco e il latino ti rendono cretino". Cosa obietta?
R - Lo studio delle lingue antiche esclude le approssimazioni, la superficialità, la possibilità di un apprendimento immediato. Proprio per questo, per il fatto che richiedono costanza, impegno, riflessione, il greco e il latino attivano le risorse dell’intelligenza e temprano il carattere risultando così molto utili nella formazione dei giovani.