Forse
tra tutti gli insegnamenti linguistici che vengono proposti all’Ute,
quello del latino può sembrare il più problematico.
Già imbarcarsi nell’apprendimento di un idioma durante
la terza età non è impresa da poco, ma decidere
di mettersi ad imparare il latino, che presenta notevoli difficoltà
sul piano strutturale e nessun immediato vantaggio sul piano pratico,
richiede non poco coraggio. E’ proprio il caso di dire che
si tratta di un impegno totalmernte disinteressato, che trova
la sua giustificazione nel sapere in quanto tale.
Di questa esperienza, nuova per la nostra Ute, abbiamo parlato
con la docente del corso Maria Antonietta Cangemi.
D
- Come trova la nostra adesione entusiastica al corso di latino?
R - Anche se non tutte le persone che
si erano iscritte al corso hanno poi trovato il coraggio di continuare,
sono numerose quelle che frequentano con costanza e determinazione
le lezioni di lingua latina.
L’interesse che esse dimostrano per questa materia è
attestato dalla partecipazione attiva alle lezioni e dall’impegno
di rielaborazione personale ed è, naturalmente, per me
motivo di gioia sia sul piano professionale sia su quello relazionale,
in quanto mi pare di cogliere, nel rapporto che si è instaurato
fra noi, le basi di una cordiale amicizia.
D
- Che senso ha in generale e in particolare oggi lo studio del
latino?
R - In generale, gli studi classici,
da sempre appannaggio di pochi specialisti, consentono di salvaguardare
le opere letterarie dell’antichità greca e latina
che, come i monumenti architettonici o le realizzazioni pittoriche,
appartengono al patrimonio culturale dell’umanità
e devono perciò essere trasmesse alle generazioni future.
In particolare, lo studio del greco e del latino, oggi, in un
contesto storico caratterizzato da tendenze alla omologazione
di modelli linguistici e comportamentali, consente, o quanto meno
invita al recupero e alla valorizzazione della specificità
linguistica e letteraria, oltre che storica della nostra cultura.
D
- In che modo il latino aiuta nella conoscenza della nostra lingua?
R - L’aiuto offerto dal latino
è, a mio avviso, duplice. Innanzitutto, lo studio della
lingua latina suscita curiosità, invita al confronto, evidenzia
percorsi lessicali e sintattici che inducono alla riflessione
sulla nostra lingua.
In secondo luogo, poiché per una traduzione corretta non
è sufficiente l’individuazione delle strutture sintattiche,
ma occorrono anche delle scelte lessicali adeguate, la riflessione
sul testo e la sua interpretazione favoriscono certamente il superamento
di quel pressappochismo che minaccia il linguaggio moderno. |
D
- Per alcuni di noi questo è il primo approccio con la
lingua da cui ha origine il nostro italiano. Cosa suggerisce
per superare le varie e non poche difficoltà che incontreremo?
R - I suggerimenti che mi sento di
offrire, oltre a quelli ovvi, della frequenza e della rielaborazione
personale, sono i seguenti: primo, nessuno si senta meno preparato
degli altri, tanto da rinunciare; secondo, viviamo l’esperienza
di questi anni dell’Ute come una bella opportunità,
un piacere privo di rischi e di tensioni, che la nostra età
(per fortuna) o (purtroppo) ci consente.
D
- Ai tempi della contestazione giovanile c’era chi gridava:
"Il
greco e il latino ti rendono cretino". Cosa obietta?
R - Lo studio delle lingue antiche
esclude le approssimazioni, la superficialità, la possibilità
di un apprendimento immediato. Proprio per questo, per il fatto
che richiedono costanza, impegno, riflessione, il greco e il
latino attivano le risorse dell’intelligenza e temprano
il carattere risultando così molto utili nella formazione
dei giovani.
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