Un’infanzia in guerra

di Vincenzo Mastrosimone

I ricordi della mia prima infanzia segnata dalla guerra, oltre a divenire sempre più nitidi man mano che crescevo, quattro, cinque, sei anni, si fissavano più vivi, circostanziati e ricchi di particolari in seguito ad una maggiore ed attenta osservazione, lasciando nell'insieme un'impronta decisiva nella vita.
Nelle nostre zone, non furono mai presenti i partigiani, ma vennero invece dalle città gli sfollati, ospitati in locali disponibili ed aiutati generosamente dalla collettività, specie se bambini e vecchi. Quello che potevamo offrire comunque non bastava a causa della carenza dei beni di prima necessità e di conseguenza erano costretti a cercare nelle campagne frutta, verdura selvatica ed ogni altro genere di sopravvivenza.

I bambini sono state le vittime principali della miseria della guerra

Dal cibo,all'abbigliamento, tutto mancava,in assenza degli uomini impegnati in guerra. Prevalevano pertanto fame e miseria, fucine del mercato nero, gestito da famiglie prive di scrupoli, pronte nel vendere a caro prezzo quanto necessario.
Tornando a me piccolo, tralascio ovviamente i ricordi personali che hanno segnato (forse) il carattere e passo a quelli che nell’infanzia sono rimasti indelebilmente impressi, anche se riferiti ad episodi poco rilevanti, rispetto a quelli più significativi che segnavano il passaggio del fronte di guerra. Mi sono reso conto in seguito che quanto vissuto nel mio paese (Val d'Agri - Lucania), come in tanti altri abbastanza tranquilli, in cui s'ignoravano le conseguenze dei combattimenti, rappresentava un'inezia rispetto alle sofferenze di ogni sorta patite da tanti popoli. Comunque per noi bambini, costretti a vivere in condizioni disagiate, vittime e spettatori di tante vicissitudini, nonostante la tenera età, quelli tra il 1941 e il 1945 sono stati anni duri e drammatici.
Già mancava la nostra giovane madre, deceduta nel 1941 durante il parto successivo al mio, quando nel 1942 venne richiamato in guerra mio padre, nonostante la delicata situazione che lasciava. Io e mio fratello fummo così resi orfani, privi di affetti, tranne quello dei nonni materni che ebbero cura di noi fino al 1945 quando ritornò nostro padre. All'asilo andavo contro voglia, a causa della sgradita presenza dei Tedeschi, i quali arbitrariamente l'avevano occupato in parte. Facevano paura con i loro atteggiamenti cattivi e prepotenti.
Il coprifuoco, che imponeva la chiusura di porte e finestre la sera insieme a qualsiasi fessura fosse fonte di luce ed oggetto di richiamo per gli aerei bombardieri, rappresentava per noi piccoli un divertimento. Ci nascondevamo per spiare chi passava nella strada anch'essa buia ed oggetto di mistero. La presenza dei passanti era rivelata dal rumore degli zoccoli, unica calzatura posseduta da tante persone. La curiosità era legata al riconoscimento di chi passava, e questo piccolo gioco costituiva un'avventura per noi piccoli, ignari dei pericoli della notte.
Un altro appuntamento quotidiano, era costituito dall'arrivo di ogni aereo che volasse a bassa quota, perché pensavamo fosse un fratello di nostra madre, sottufficiale dell'aeronautica con funzioni di bombardiere, che si abbassava per salutarci. Ma un giorno ci pervenne la spiacevole notizia, che durante un combattimento il suo aereo era stato abbattuto e lui era caduto in mare, dove, gravemente ferito, era rimasto undici ore aggrappato al suo relitto prima di essere soccorso. Infine era stato recuperato e portato in ospedale e lì curato per sei mesi.
Venne a casa per una lunga convalescenza, durante la quale, oltre a raccontarci le sue gloriose imprese che ci rendevano orgogliosi, sorvegliava i nostri movimenti, pronto a punirci per le birichinate commesse. In tali casi speravamo finisse presto il suo soggiorno.
Infine vi fu lo spettacolare passaggio degli alleati: colonne di camion carichi di soldati che buttavano lungo il percorso cioccolato, gallette (che per noi bambini erano biscottini, perché mai ne avevamo viste ed assaggiate) e qualche pacchetto di sigarette per gli adulti.
Era finalmente la liberazione da tutti quegli incubi, festeggiata da tutti con grande gioia. Il ritorno alla vita normale fu un’esperienza nuova per noi bambini: persino il pane "bianco" era sconosciuto.
Erano finiti gli annunci dei morti e dispersi, pianti da tante famiglie. Si attendevano le notizie ed il ritorno dei sopravvissuti (magari invalidi) che cominciavano lentamente ad arrivare. Anche noi andavamo tutti i giorni al postale carico di viaggiatori, ad aspettare nostro padre.
Finché un giorno tra gli altri scese un uomo in divisa che io non riconobbi: "Sono tuo padre!" mi disse, "Perchè non mi abbracci?"
Lo slancio reciproco fu immediato: mio padre, mio fratello ed io ci stringemmo insieme. Era la prima occasione in cui potevamo manifestare il nostro affetto dopo tanti anni.
Ci abituammo con gioia alla sua presenza e protezione. Durante gli spazi di intimità (aveva molto da fare e riordinare), ci raccontava sotto forma di avventura quanto aveva dovuto subire, trasmettendoci un'intima avversione nei confronti della guerra in quanto tale, causa di lutti e dolori per tutti, a prescindere dalle religioni, età, ceti sociali e tutto il resto.
I conflitti sono stati e saranno sempre devastanti ed incontrollabili. Fermiamoli sul nascere, prima che sprigionino tutto il loro potenziale distruttivo.