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ricordi della mia prima infanzia segnata dalla guerra, oltre a divenire
sempre più nitidi man mano che crescevo, quattro, cinque,
sei anni, si fissavano più vivi, circostanziati e ricchi
di particolari in seguito ad una maggiore ed attenta osservazione,
lasciando nell'insieme un'impronta decisiva nella vita.
Nelle nostre zone, non furono mai presenti i partigiani, ma vennero
invece dalle città gli sfollati, ospitati in locali disponibili
ed aiutati generosamente dalla collettività, specie se bambini
e vecchi. Quello che potevamo offrire comunque non bastava a causa
della carenza dei beni di prima necessità e di conseguenza
erano costretti a cercare nelle campagne frutta, verdura selvatica
ed ogni altro genere di sopravvivenza. |
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Dal cibo,all'abbigliamento, tutto mancava,in assenza degli uomini
impegnati in guerra. Prevalevano pertanto fame e miseria, fucine
del mercato nero, gestito da famiglie prive di scrupoli, pronte
nel vendere a caro prezzo quanto necessario.
Tornando a me piccolo, tralascio ovviamente i ricordi personali
che hanno segnato (forse) il carattere e passo a quelli che nell’infanzia
sono rimasti indelebilmente impressi, anche se riferiti ad episodi
poco rilevanti, rispetto a quelli più significativi che segnavano
il passaggio del fronte di guerra. Mi sono reso conto in seguito
che quanto vissuto nel mio paese (Val d'Agri - Lucania), come in
tanti altri abbastanza tranquilli, in cui s'ignoravano le conseguenze
dei combattimenti, rappresentava un'inezia rispetto alle sofferenze
di ogni sorta patite da tanti popoli. Comunque per noi bambini,
costretti a vivere in condizioni disagiate, vittime e spettatori
di tante vicissitudini, nonostante la tenera età, quelli
tra il 1941 e il 1945 sono stati anni duri e drammatici.
Già mancava la nostra giovane madre, deceduta nel 1941 durante
il parto successivo al mio, quando nel 1942 venne richiamato in
guerra mio padre, nonostante la delicata situazione che lasciava.
Io e mio fratello fummo così resi orfani, privi di affetti,
tranne quello dei nonni materni che ebbero cura di noi fino al 1945
quando ritornò nostro padre. All'asilo andavo contro voglia,
a causa della sgradita presenza dei Tedeschi, i quali arbitrariamente
l'avevano occupato in parte. Facevano paura con i loro atteggiamenti
cattivi e prepotenti.
Il coprifuoco, che imponeva la chiusura di porte e finestre la sera
insieme a qualsiasi fessura fosse fonte di luce ed oggetto di richiamo
per gli aerei bombardieri, rappresentava per noi piccoli un divertimento.
Ci nascondevamo per spiare chi passava nella strada anch'essa buia
ed oggetto di mistero. La presenza dei passanti era rivelata dal
rumore degli zoccoli, unica calzatura posseduta da tante persone.
La curiosità era legata al riconoscimento di chi passava,
e questo piccolo gioco costituiva un'avventura per noi piccoli,
ignari dei pericoli della notte.
Un altro appuntamento quotidiano, era costituito dall'arrivo di
ogni aereo che volasse a bassa quota, perché pensavamo fosse
un fratello di nostra madre, sottufficiale dell'aeronautica con
funzioni di bombardiere, che si abbassava per salutarci. Ma un giorno
ci pervenne la spiacevole notizia, che durante un combattimento
il suo aereo era stato abbattuto e lui era caduto in mare, dove,
gravemente ferito, era rimasto undici ore aggrappato al suo relitto
prima di essere soccorso. Infine era stato recuperato e portato
in ospedale e lì curato per sei mesi.
Venne a casa per una lunga convalescenza, durante la quale, oltre
a raccontarci le sue gloriose imprese che ci rendevano orgogliosi,
sorvegliava i nostri movimenti, pronto a punirci per le birichinate
commesse. In tali casi speravamo finisse presto il suo soggiorno.
Infine vi fu lo spettacolare passaggio degli alleati: colonne di
camion carichi di soldati che buttavano lungo il percorso cioccolato,
gallette (che per noi bambini erano biscottini, perché mai
ne avevamo viste ed assaggiate) e qualche pacchetto di sigarette
per gli adulti.
Era finalmente la liberazione da tutti quegli incubi, festeggiata
da tutti con grande gioia. Il ritorno alla vita normale fu un’esperienza
nuova per noi bambini: persino il pane "bianco"
era sconosciuto.
Erano finiti gli annunci dei morti e dispersi, pianti da tante famiglie.
Si attendevano le notizie ed il ritorno dei sopravvissuti (magari
invalidi) che cominciavano lentamente ad arrivare. Anche noi andavamo
tutti i giorni al postale carico di viaggiatori, ad aspettare nostro
padre.
Finché un giorno tra gli altri scese un uomo in divisa che
io non riconobbi: "Sono
tuo padre!" mi disse, "Perchè
non mi abbracci?"
Lo slancio reciproco fu immediato: mio padre, mio fratello ed io
ci stringemmo insieme. Era la prima occasione in cui potevamo manifestare
il nostro affetto dopo tanti anni.
Ci abituammo con gioia alla sua presenza e protezione. Durante gli
spazi di intimità (aveva molto da fare e riordinare), ci
raccontava sotto forma di avventura quanto aveva dovuto subire,
trasmettendoci un'intima avversione nei confronti della guerra in
quanto tale, causa di lutti e dolori per tutti, a prescindere dalle
religioni, età, ceti sociali e tutto il resto.
I conflitti sono stati e saranno sempre devastanti ed incontrollabili.
Fermiamoli sul nascere, prima che sprigionino tutto il loro potenziale
distruttivo.
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