I suoni e gli odori degli antichi mestieri

di Giovanna Vindigni

Nel quatigghiu (quartiere) dove sono nata si poteva girare liberamente, senza alcun pericolo. Lungo le vie si aprivano tanti piccoli negozi con appartamento sul retro (casa e putia) e ancora mi risuonano nelle orecchie i rumori degli artigiani al lavoro e sento nel naso gli odori dei materiali che impiegavano.
U suddunaru (sellaio) realizzava selle, briglie, sottopancia, borchie per le giunture, staffe per i piedi, ma anche museruole per cani e cinture di varia foggia.
La sua stanzetta, piccola e cupa, emanava un odore di pelle e cuoio. Tutto veniva eseguito a mano, con l’uso del solo “trincettu” dalla piccola lama piatta, ma tagliente, lunga al massimo 15 cm.

Arrotino con la sua bicicletta di lavoro

Il manico era tutto rivestito di budello di maiale arrotolato, così come la frusta tutta attorcigliata che, una volta asciutta, divenivaflessibile e scoppiettante, quando i carrettieri la facevano fischiare lateralmente per dare il via agli animali.Dal negozio del calzolaio, che teneva esposte tante forme di legno per fare le scarpe su misura, usciva odore di colla e cuoio. Il suo martello batteva sulla forma di ferro, dalla base larga con un incavo per tenerla fra le gambe. Protetto dal suo grembiulino corto, sempre unto, con un agone infilato con lo spago, aggiustava scarpe di tutti i tipi, sistemava tacchi, soprattacchi, suole e, per non farli consumare, aggiungeva dei ferretti alle estremità che producevano tanto rumore nel camminare che sembrava di ballare il tip-tap.
C’era anche il negozio dove vendevano vasi (bummuli), di terracotta e non, attrezzi vari per la pesca, lumi a petrolio con la parte superiore fatta con un tubo di cristallo sottilissimo e sensibile. Ricordo il marchio: un mappamondo con un’aquila ad ali spalancate con la scritta “cristal de Roche”. Per controllare che non avesse crepe si batteva il dito indice contro il pollice. Mi risuona ancora dentro il suo suono sottile e delicato. Costava allora quattrocento lire e ti guardavi bene dal romperlo.
Risuonava anche il “picchiti pacchiti” del bottaio che passava tutto il giorno e sistemare assi e cerchioni delle sue botti, le quali specialmente in periodo di vendemmia dovevano essere pronte per l’uso.
Il carrettiere con i suoi attrezzi e macchinari di falegnameria costruiva carretti variopinti e assi per i letti, da appoggiare su cavalletti di ferro (trispiti). Non esistevano le reti e i materassi erano riempiti di crine, foglie di pannocchia, paglia e talvolta di lana.
Vicino il tappezziere rinnovava sedie, poltrone, divani. Non si buttava niente: stoffe, molle, rafia, tutto veniva riutilizzato. Anche il sarto rivoltava cappotti e giacche finchè la stoffa lo permetteva. Chi portava il lutto per lunghi periodi tingeva gli abiti e faceva l’ultimo risciacquo in mare, perché il nero non scolorisse.
Le stoffe venivano acquistate da venditori ambulanti che le raccoglievano in un grande telo, legato alle quattro punte (bardaniella o truscia) e portato in spalla. Giravano anche ambulanti che vendevano legumi, sottaceti, olive sotto sale, olio e aceto e le loro grida talvolta si mescolavano con quelle dell’arrotino o dell’ombrellaio e non mancavano le liti tra loro.
Invece il lattaio passava la mattina silenziosamente, lasciava le bianche bottiglie con il morbido tappo di latta sigillata e portava via il vuoto. Vendeva anche ricotta fresca, sistemata in contenitori di canne legate in punta e coperta da foglie di fico.
Il pane si faceva in casa, si impastava su una grossa asse dai bordi rialzati (maidda) poi su un’altra con un grosso bastone centrale (brivila), infine si lavorava in diverse forme e si lasciava lievitare. Nel forno di tegole e calce ardevano fascine e legna.
Quando era la stagione del raccolto nel frantoio (tappitu) si lavorava giorno e notte per schiacciare le olive mentre i proprietari di ogni lotto stavano tutti in fila ad aspettare il proprio turno. Noi ragazzi venivamo mandati sempre via perché c’era il pericolo dell’elettricità e dei noccioli che schizzavano all’improvviso. Dovevamo accontentarci di guardare dalle finestra.
Allora predominavano le botteghe artigiane anche se non mancava qualche bazar dove si trovava di tutto, dai fiammiferi di legno al bicarbonato. Negozi prettamente maschili erano il salone da barba dove si regalavano calendarietti profumati un po’ osè, il vinaio dove gli uomini bevevano un cicchetto e facevano qualche partita a “zicchinetta”, il tabaccaio in cui si vendevano tabacchi, accendini, cerini, valori bollati.
Quest’ultima bottega aveva un sistema d’allarme particolare: quando il proprietario si assentava un pappagallo faceva la guardia e, all’arrivo di un cliente, chiamava il padrone ed invitava ad aspettare. Anche se era legato al suo trespolo con una catenella bisognava stare immobili, altrimenti caricava inferocito.
Ormai tutto questo è sparito, solo ogni tanto si sente ancora risuonare il grido dell’ombrellaio o dell’arrotino, a ricordo di un mondo che non c’è più.