I bambini e la guerra

di Giovanna Sassu  
In questi giorni mi tornano alla mente ricordi antichi dei miei primi anni di vita, quando mio padre partì per la guerra. Io e la mia sorellina di pochi mesi assistevamo a questo evento senza capire. Tuttavia ancora oggi sento vivo in me il ricordo di quel momento.
Dopo quest'avvenimento dovemmo affrontare molti disagi e restrizioni. Una volta terminata in casa la provvista del frumento “per fare il pane”, mamma dovette partire di notte con altre persone, furtivamente, per acquistarlo clandestinamente in qualche paese della pianura, nel Campidano. Sempre di notte e di nascosto il grano veniva macinato nel mulino ad acqua situato poco distante dall’abitato.
Ricordo la paura dei bombardamenti, quando ci stringevamo tutti sotto il vano della porta o sotto il tavolo. Una volta, a notte fonda, si sentirono fortissime le mitragliatrici degli aerei che sorvolavano la zona, sparando contro il vicino campo di aviazione. Quella volta abbiamo dovuto fuggire al buio. Ricordo quella muta processione a passo affrettato per guadagnare la campagna.
Un’altra volta, era maggio, mi trovavo con la mamma, una zia e i miei fratelli in campagna per raccogliere le ciliegie. Mamma era sull’albero e noi bambini intorno eravamo molto felici di giocare formando “collane” e “orecchini” con le ciliegie più belle. Improvvisamente sentimmo il rumore degli aerei che si dirigevano verso il campo di aviazione mitragliando a volo radente. Tutti ci spaventammo moltissimo e la zia ci riunì in una piccola grotta formata da una pietra enorme inclinata su altri massi. La mamma però non aveva fatto in tempo a scendere dall’albero e per non attirare l’attenzione dei piloti che avrebbero puntato la mira verso di noi, si attaccò al tronco rimanendo immobile, con tanta paura, finché non cessò il rumore degli aerei.
In quei casi pregavamo tutti di vero cuore per avere salva la vita, promettendo di essere più buoni.
Ci giungevano notizie terribili di bombardamenti nelle città ed anche il nostro capoluogo venne danneggiato enormemente e i cittadini rimasti senza casa furono costretti a sfollare nei paesini.

Arrivavano famiglie e persone singole col problema dell’alloggio e del cibo. A me dispiaceva molto che la mamma talvolta negasse il pane a chi veniva a chiedercelo.
Noi in campagna avevamo lo stretto necessario. I soldati stanziati sul posto o di passaggio erano pure affamati e facevano manbassa di tutto quello che trovavano. Alcuni mangiavano persino erbe strane, altri si cibavano delle rane, ignorando che da noi non sono commestibili. Si ebbe notizia di un soldato morto a causa di ciò.
Mancava tutto e per confezionare la biancheria necessaria per i bambini che crescevano si “sacrificavano” le lenzuola della dote.
Nelle sere d’estate, seduti alla porta di casa, al fresco, i grandi ci raccontavano che una volta, prima della guerra, si potevano acquistare la tela e le altre stoffe per confezionare biancheria e abiti; scarpe di tutte le misure e anche cibo in quantità. Ci raccontavano di un pesce salato chiamato con lo strano nome di baccalà (che noi non avevamo mai visto) e tante altre cose della quotidianità di prima che scoppiasse il conflitto. Naturalmente non mancavano le storie fantastiche. In quei momenti noi bambini vivevamo una sensazione di “intimità” che ci faceva dimenticare la guerra mentre la nostra immaginazione galoppava a “cento all’ora”.
Poi la guerra finì. Vidi ripartire i soldati tedeschi che dalle notizie sentite alla radio erano diventati nemici. Al mio paese e nell’isola non fecero alcun male; qualcuno dei grandi però ci avvisò molto seriamente, mentre accorrevamo a vederli marciare sulla strada del ritorno, di non infastidirli per nessun motivo. In fondo al cuore sono grata a quegli uomini per essersi comportati in modo dignitoso, rispettando anche la dignità degli abitanti.
Dopo questi fatti cambiarono molte cose, in meglio stavolta: tornò mio padre e altre persone care, vivemmo un momento di grande felicità. Cominciarono ad arrivare i primi venditori ambulanti con tante mercanzie, stoffe colorate e ogni ben di dio che riempivano i nostri occhi di desiderio.
Restavano ancora tanti problemi, ma non ci fu difficile confermarci nella convinzione che l’esperienza della guerra sia la peggiore che possa capitare di vivere.