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Stiravo e guardavo
la televisione per distrarmi da quel lavoro quotidiano, quando apparve
sullo schermo la scritta "Edizione
straordinaria". Qualcosa di molto grave succedeva, perciò
mi misi a sedere emozionata. Il cronista stava annunciando concitato che
un aereo, perdendo quota, era caduto su uno dei più alti grattacieli
di New York. Il disastro, con i morti che avrebbe prodotto, mi fece irrigidire
sulla sedia e subito scaturì una preghiera.
Stavo assistendo ad una strage in diretta. Orrore! Il collegamento mostrava
scene terribili: gente terrorizzata che fuggiva per le strade, pompieri
che correvano a portare soccorso, fiamme e fumo che si innalzavano dall’edificio.
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Ed io lì,
attaccata al video, impotente.
Poi al mio sguardo si presentò l'immagine di un altro aereo che
consapevolmente andava diritto a colpire il grattacielo gemello. Atroci
domande mi si affollarono nella mente mentre il telecronista proseguiva
nel suo incredibile racconto. Poco dopo appresi di un altro aereo che
si era schiantato sul Pentagono e poi di un altro ancora. Gli Stati Uniti
erano intrappolati in una morsa di terrore.
Piangevo! Iniziava forse un dramma infinito di orrori? Il nuovo millennio
era forse all'insegna dell’ignominia? L'uomo e la morte andavano
compagni attraverso il mondo per la dissoluzione del bene?
A distogliermi da quelle immagini e da quei foschi pensieri, giunse la
telefonata di un’amica. Era affranta. In un tumulto di parole concitate,
che esprimevano il mio stesso orrore, mi rammentò anche l'appuntamento
presso l’agenzia in cui avevamo prenotato un viaggio in Tunisia,
con partenza il 13 settembre.
Attanagliate dall’angoscia, fummo concordi nel disdire il viaggio.
In agenzia trovammo le altre persone che avrebbero dovuto partire e che
informavano delle proprie decisioni.
Attendendo il mio turno mi sedetti vicino ad un distinto signore, assorto
nella lettura di un opuscolo illustrativo della Tunisia. Era calmo, indifferente
all’atmosfera concitata che lo circondava. Il cicaleccio delle persone
intorno mi era insopportabile: il dolore esigeva il silenzio. Tutti erano
agitati; anche perché il ritiro comportava perdite di denaro. Quando
toccò a me rinunciai alla partenza e attesi che l'amica dichiarasse
la stessa intenzione.
Mentre aspettavo mi rivolsi a quel signore calmo e silenzioso, apostrofandolo
con la più banale domanda: "Perché
è stato compiuto questo orrore?” Allora mi vide. Vide
in me una donna persa nel dramma, e invece di dare una risposta alla mia
domanda mi ripetè la riflessione di un uomo che aveva sofferto
molto.
Egli diceva: "Gli
uomini non sono legati dai ferri della volontà altrui, ma dalla
ferrea volontà loro: il nemico è padrone della loro volontà
e ha costruito per loro una catena con la quale li tiene legati. Dalla
volontà perversa nasce la passione, l'ubbidienza alla passione
genera l'abitudine, l'ubbidienza all’abitudine genera la necessità.
Con questo genere di anelli legati fra di loro si forma la catena. La
catena tiene gli uomini legati a una dura schiavitù. E' colpa dell'individuo
se l'abitudine è diventata più aggressiva contro se stesso,
perché è stata la sua volontà a condurlo là
dove non avrebbe voluto."
Il mio vicino mi confermò anche la sua partenza per Tunisi perché
quell'uomo che tanti secoli prima aveva fatto quella profonda riflessione
veniva da quei luoghi. Lui voleva recarvisi per immergervi il proprio
spirito e trovare la pace, in quanto lui pure si sentiva incatenato ad
una volontà perversa.
Volevo sapere di più sulla vita di questo filosofo e il mio nuovo
amico fu felice di accompagnarmi al bar per parlarne. Così tutti
e tre ci sedemmo ad un tavolino e ordinammo tre caffè. Il nostro
ospite cominciò il racconto della tormentata vita dell’uomo
di cui aveva citato quella riflessione.
Questo filosofo, in età matura, diceva della propria madre: "Il
travaglio di mia madre di partorirmi in spirito fu maggiore di quello
con cui mi aveva partorito alla carne".
Alle persone che gli chiedevano spiegazioni sull'uomo soleva rispondere:
"Che grande abisso,
che grande mistero è l'uomo stesso" poi tranquillizzava
gli uditori con questo invito: "Spera
e persevera finché sia passata la notte". Un invito
a credere che la vita diventa una dolcezza nella speranza che Dio ci ascolti,
dol-cezza che si fonda sull'immensa grandezza della Misericordia. La Misericordia
è un grande dote dello spirito che va rivalutata, essa induce all'aiuto
e al perdono.
Per chi a questo punto vuole da me un chiarimento su questo filosofo,
dico che si tratta di Aureliano Agostino, nato a Tagaste in Numidia nel
354 d.C. A 43 anni raccontò la sua vita nelle "Confessioni",
un libro che ognuno dovrebbe leggere e ponderare. Seguendo le vicende
della sua tormentata esistenza, a lungo schiava del vizio, prigioniera
di quella famigerata catena fino al giorno in cui vide la Luce, ho sentito
il bisogno di ritrovarmi con lui, con le sue parole concilianti, che riescono
a dare un senso anche agli angosciosi avvenimenti dell’11 settembre
e alla catena di terribili conseguenze che stanno producendo:
"Il male c'è per far nascere il bene. Senza il male non esiste
il bene". E’ una grande speranza.
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