Per non dimenticare l’11 Settembre

di Adelaide Cerri

Stiravo e guardavo la televisione per distrarmi da quel lavoro quotidiano, quando apparve sullo schermo la scritta "Edizione straordinaria". Qualcosa di molto grave succedeva, perciò mi misi a sedere emozionata. Il cronista stava annunciando concitato che un aereo, perdendo quota, era caduto su uno dei più alti grattacieli di New York. Il disastro, con i morti che avrebbe prodotto, mi fece irrigidire sulla sedia e subito scaturì una preghiera.
Stavo assistendo ad una strage in diretta. Orrore! Il collegamento mostrava scene terribili: gente terrorizzata che fuggiva per le strade, pompieri che correvano a portare soccorso, fiamme e fumo che si innalzavano dall’edificio.

Sopravissuti delle torri gemelle

Ed io lì, attaccata al video, impotente.
Poi al mio sguardo si presentò l'immagine di un altro aereo che consapevolmente andava diritto a colpire il grattacielo gemello. Atroci domande mi si affollarono nella mente mentre il telecronista proseguiva nel suo incredibile racconto. Poco dopo appresi di un altro aereo che si era schiantato sul Pentagono e poi di un altro ancora. Gli Stati Uniti erano intrappolati in una morsa di terrore.
Piangevo! Iniziava forse un dramma infinito di orrori? Il nuovo millennio era forse all'insegna dell’ignominia? L'uomo e la morte andavano compagni attraverso il mondo per la dissoluzione del bene?
A distogliermi da quelle immagini e da quei foschi pensieri, giunse la telefonata di un’amica. Era affranta. In un tumulto di parole concitate, che esprimevano il mio stesso orrore, mi rammentò anche l'appuntamento presso l’agenzia in cui avevamo prenotato un viaggio in Tunisia, con partenza il 13 settembre.
Attanagliate dall’angoscia, fummo concordi nel disdire il viaggio. In agenzia trovammo le altre persone che avrebbero dovuto partire e che informavano delle proprie decisioni.
Attendendo il mio turno mi sedetti vicino ad un distinto signore, assorto nella lettura di un opuscolo illustrativo della Tunisia. Era calmo, indifferente all’atmosfera concitata che lo circondava. Il cicaleccio delle persone intorno mi era insopportabile: il dolore esigeva il silenzio. Tutti erano agitati; anche perché il ritiro comportava perdite di denaro. Quando toccò a me rinunciai alla partenza e attesi che l'amica dichiarasse la stessa intenzione.
Mentre aspettavo mi rivolsi a quel signore calmo e silenzioso, apostrofandolo con la più banale domanda: "Perché è stato compiuto questo orrore?” Allora mi vide. Vide in me una donna persa nel dramma, e invece di dare una risposta alla mia domanda mi ripetè la riflessione di un uomo che aveva sofferto molto.
Egli diceva: "Gli uomini non sono legati dai ferri della volontà altrui, ma dalla ferrea volontà loro: il nemico è padrone della loro volontà e ha costruito per loro una catena con la quale li tiene legati. Dalla volontà perversa nasce la passione, l'ubbidienza alla passione genera l'abitudine, l'ubbidienza all’abitudine genera la necessità. Con questo genere di anelli legati fra di loro si forma la catena. La catena tiene gli uomini legati a una dura schiavitù. E' colpa dell'individuo se l'abitudine è diventata più aggressiva contro se stesso, perché è stata la sua volontà a condurlo là dove non avrebbe voluto."
Il mio vicino mi confermò anche la sua partenza per Tunisi perché quell'uomo che tanti secoli prima aveva fatto quella profonda riflessione veniva da quei luoghi. Lui voleva recarvisi per immergervi il proprio spirito e trovare la pace, in quanto lui pure si sentiva incatenato ad una volontà perversa.
Volevo sapere di più sulla vita di questo filosofo e il mio nuovo amico fu felice di accompagnarmi al bar per parlarne. Così tutti e tre ci sedemmo ad un tavolino e ordinammo tre caffè. Il nostro ospite cominciò il racconto della tormentata vita dell’uomo di cui aveva citato quella riflessione.
Questo filosofo, in età matura, diceva della propria madre: "Il travaglio di mia madre di partorirmi in spirito fu maggiore di quello con cui mi aveva partorito alla carne".
Alle persone che gli chiedevano spiegazioni sull'uomo soleva rispondere: "Che grande abisso, che grande mistero è l'uomo stesso" poi tranquillizzava gli uditori con questo invito: "Spera e persevera finché sia passata la notte". Un invito a credere che la vita diventa una dolcezza nella speranza che Dio ci ascolti, dol-cezza che si fonda sull'immensa grandezza della Misericordia. La Misericordia è un grande dote dello spirito che va rivalutata, essa induce all'aiuto e al perdono.
Per chi a questo punto vuole da me un chiarimento su questo filosofo, dico che si tratta di Aureliano Agostino, nato a Tagaste in Numidia nel 354 d.C. A 43 anni raccontò la sua vita nelle "Confessioni", un libro che ognuno dovrebbe leggere e ponderare. Seguendo le vicende della sua tormentata esistenza, a lungo schiava del vizio, prigioniera di quella famigerata catena fino al giorno in cui vide la Luce, ho sentito il bisogno di ritrovarmi con lui, con le sue parole concilianti, che riescono a dare un senso anche agli angosciosi avvenimenti dell’11 settembre e alla catena di terribili conseguenze che stanno producendo: "Il male c'è per far nascere il bene. Senza il male non esiste il bene". E’ una grande speranza.