INTERVISTE AI DOCENTI

Il cinema nell’era della globalizzazione
a cura di Amelio Sivieri
Il corso della Professoressa Luisa Magnani, così come quello del signor Cesare Trovati ci portano a conoscere altre realtà ed altre culture attraverso il coinvolgente linguaggio delle immagini.

La locandina di "Viaggio a Kandahar" , proposto durante il corso di Cinema e Cultura.


In questo secolo si sono molto ridotte le distanze tra i popoli e le culture e questo ha favorito la conoscenza, dal vivo direi, dell'altro. Grazie ai mezzi di comunicazione, ai viaggi di lavoro o di svago, all’immigrazione da tutti i continenti, mondi e società che ci parevano lontanissimi si sono affacciati alla nostra realtà e perciò è diventato importante dotarci di strumenti che ci permettano di interpretare un fenomeno tanto complesso.
La prof. Luisa Magnani, docente del corso "Cinema e Culture", si propone di affrontare le problematiche della mondializzazione attraverso un nuovo approccio: con 10 opere cinematografiche di alto livello artistico che permettono di gettare uno sguardo da punti di vista diversi su questo universo umano in trasformazione.
Il suo programma è veramente ricco ed interessante e passa da opere ormai storiche come La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, a film recenti come Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf, per concludere con l’inquietante The Truman Show di Peter Weir. Durante gli incontri vengono fornite fotocopie illustrative del film proposto, si prosegue con una breve pre-sentazione da parte della docente e con un dibattito a fine proiezione.

La professoressa Magnani è stata per anni nostra docente di letteratura contemporanea perciò, avendo deciso di porle qualche domanda sul corso, ci è sembrato utile partire dalle ragioni del suo cambiamento.

R - Per me non c'è rottura rispetto al programma degli anni scorsi. Anche quest’anno il corso vuole sviluppare le problematiche del mondo in cui viviamo e, per l'argomento scelto, c'è più disponibilità nel cinema che nei testi letterari. Il cinema poi offre una maggiore imme-diatezza, grazie alla forza e alla capacità di far presa delle immagini. Inoltre, su un soggetto così recente, per essere sincera, conosco parecchia saggistica, ma avrei avuto difficoltà a trovare dei testi letterari.

D - Visto che nella presentazione di ogni film si fa riferimento all’Altro, ci vuole dire cosa intende?
R - L'Altro in questo specifico discorso è chi appartiene a culture altre da quella del mondo occidentale e quindi è portatore di altre visioni del mondo, di altri modelli antropologici.
L'eurocentrismo, cioè quella concezione che considera l'Europa una categoria morale e la depositaria dell'unica razionalità possibile, è entrato in crisi solo dopo la seconda guerra mondiale, quando con la decolonizzazione si è cominciato a guardare gli altri con rispetto, a riconoscere le ragioni di altri soggetti e a pensare che tutti i popoli sulla faccia della terra avevano uguali diritti.
Ma non per questo la società occidentale nel suo complesso si è liberata da pregiudizi razzisti o colonialisti. Da un decennio la cultura della diffidenza e della paura sta affiorando di nuovo. Quindi oggi convivono anche qui da noi due concezioni dell'Altro, una fatta di rispetto e di volontà di dialogo, l'altra fatta di paura e di volontà di umiliarlo, di negargli pari dignità.
Il nostro punto di vista può essere influenzato da tanti fattori estranei alla verità: conformismo, egoismo, paure, intolleranza, ignoranza, tutti atteggiamenti che escludono l'ascolto. Ma solo con l'ascolto possiamo capire chi sono gli altri e se e che cosa abbiamo in comune con loro.

D - Come gli altri vedono l’Altro?
R - L'Altro per gli altri siamo noi.
Penso che abbiano su di noi uno sguardo ambivalente. a seconda delle circostanze e di come ci cornportiamo. Non credo comunque che ci vogliano assomigliare.

D - Quali sono le tematiche del cineforum?
R - Il corso è diviso in tre parti: i primi quattro film fanno luce su un vizio dell'Occidente, un vizio duro a morire, perché si ripropone nel tempo: quello di imporre con la forza agli altri popoli le sue scelte e di cercarne la legittimazione in nome di una sua supposta civiltà superiore.
Gli altri quattro film vanno alla ricerca dell'Altro nel mondo di oggi e ne rilevano la sua situazione di svantaggio oggettivo, la sua sofferenza e la sua ricchezza umana.
Gli ultimi due film sembrano staccati da questa tematica, di fatto sono assunti come patologia o cattiva coscienza del mondo occidentale che, di fronte alla responsabilità e all'impegno di rivedere le sue categorie che l'Altro gli pone col suo stesso esserci, ha paura di guardare il volto dell'Altro e quindi lo cancella, creando un mondo sempre uguale a se stesso, dove tutto quello che accade deve essere normale e prevedibile. Così il Robinson di Cast away non incontra un Venerdì nella sua isola deserta e in Trurnan Show tutta una nazione guarda nel televisore un suo identico che replica per tutti la loro stessa vita, in un processo di omologazione assoluta, di negazione totale di ogni minima differenza.

D - Come l'11 settembre ha modificato la percezione dell'Altro?
R - Ha riproposto la grande paura dell'Altro e la sua demonizzazione, con una tale energia e perentorietà che un giornalista di “The indi-pendent” è stato fatto oggetto di un linciaggio morale per avere detto che bisognava interrogarci sul perché tutto questo era potuto accadere
Visto che siamo in tema di cinema posso consigliarvi di vedere l'unico film che finora è stato fatto su questa tragedia collettiva, con il contributo di undici registi di tutto il mondo: “11 settembre 2001”.

D - Il suo corso in fondo ha come tema unificante la globalizzazione. Quali elementi positivi e negativi lei vede nella globalizzazione?
R - Mi fa piacere che questa parola entri nel vostro giornalino. Oggi siamo in un periodo di cambiamenti velocissimi, difficili da riconoscere e da valutare per le persone comuni come noi, prese dall'affanno dei problemi quotidiani Ma senza conoscenza non c'è neppure controllo e così ci accorgiamo di quel che è successo a cose fatte.
Per esempio la distruzione della biodiversità è iniziata almeno cinquant'anni fa, ma noi ce ne accorgiamo solo oggi. Se ne parla molto, ma che cosa facciamo per arrestarla?
Quest’anno anche il telegiornale ha dato l'al-larme per la scomparsa delle foreste, ma non ci ha detto a chi fa comodo tagliarle e perché non gli viene impedito. Chi di noi è d'accordo sulla loro distruzione? Penso nessuno. Però quando scegliamo il parquet di legno tropicale per le nostre case non ci pensiamo e diventiamo complici inconsapevoli di un crimine contro la natura.
Vorrei rispondere a questa importante do-manda con una risposta che abbia peso e che sia un invito alla riflessione per chi leggerà il giornalino.
Il filosofo francese Serge Latouche (uno dei tanti intellettuali che si oppongono a “questa” globalizzazione), in un articolo del maggio 2001 su “Le monde diplomatique”, sostiene che l'economia mondiale, fondata sulla dittatura del mercato, prospetta catastrofi al mondo contemporaneo.
“Lo sviluppo realmente esistente è la guerra economica, (con i suoi vincitori ma ancora di più con i suoi vinti), il saccheggio senza freni della natura, I'occidentalizzazione del mondo e il conformismo planetario. E, per finire, la distruzione di tutte le culture differenti.”
Per Latouche la via d'uscita da una globalizzazione fatta di business e di emergenze umanitarie che sono il prodotto inevitabile delle ragioni del business consiste nel “reintrodurre il sociale, il politico, nel rapporto economico di scambio, ritrovare l'obiettivo del bene comune e della buona esistenza nel commercio sociale”.
Conclude Latouche: "L'alternativa non può esprimersi in un modello unico. Si tratta di trovare modi di crescita collettiva che non privilegino un benessere materiale devastante per l'ambiente e per i legami sociali…
L'importante è rendere esplicita la rottura con quell’impresa di distruzione che si perpetua in nome dello sviluppo e della globalizzazione.
Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, non può essere altro che una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile".

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